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Lasciamo da parte, per ora, le vicende di Chalky, e continuiamo a seguire Rusty alle prese con i bulli. La scena che è iniziata nella pagina precedente si sviluppa e si esaurisce in questa doppia pagina, dove è subito evidente la proliferazione delle vignette. Nella prima tavola, infatti, ogni vignetta della gabbia a sei, tranne la quinta, viene divisa in quattro vignette più piccole; nella seconda tavola viene divisa in quattro solo la quinta vignetta, con un effetto come di “negativo” (nel senso fotografico del termine).
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La divisione in vignette più piccole cambia in parte la direzione di lettura, e crea un ulteriore sfasamento tra la parte di Rusty e quella di Chalky: le due prime righe della vicenda di Rusty si leggono tutte in linea, in orizzontale, da sinistra a destra; la parte di Chalky si legge a blocchetti di quattro, all’interno dei quali lo spazio bianco è più sottile di quello che c’è tra un blocchetto e l’altro. Eppure, anche se le prime due righe si leggono in linea, mi pare che rimanga nello sguardo del lettore (e nell’impostazione della pagina) la struttura a blocchetti pure nella parte di Rusty: lo sfasamento è dunque doppio: sia tra sopra e sotto, sia tra lettura e sguardo.
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Come sempre Ware decide di selezionare un numero molto limitato di inquadrature e di utilizzare la composizione della tavola e il montaggio per dare ritmo e variabilità alla pagina: abbiamo una visione dall’alto del corridoio (14 vignette); un primo piano di Rusty (3 vignette); il dettaglio del guanto a terra (dove si nota il colore più scuro del pavimento, per questioni di leggibilità, ma anche come effetto vicinanza, 2 vignette); una soggettiva in cui Rusty vede Lint sputazzare nel suo guanto (1 vignetta); la vignetta grande con il ricordo del Natale passato (incorniciata tra le altre, e quindi al centro di tutto).
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Ma veniamo al punto: la divisione in vignette più piccole non diminuisce il ritmo ma lo concentra; Ware stipa in una tavola un numero di vignette che normalmente spalmerebbe su tre pagine: e così facendo crea una distorsione percettiva: non è una scena “a rallentatore”, è una situazione che sembra non avere fine (quindi più lunga che lenta); ma non per il lettore: è Rusty il protagonista di questa espansione temporale. In quest’ottica la vignetta grande al centro della pagina è un elemento narrativo che ci fa capire il valore affettivo del guanto per Rusty (e rende quindi ancora più sgradevole lo scatarramento di Lint), ma è soprattutto una bolla di salvezza, un rifugio per la mente di Rusty e per l’occhio del lettore (attirato anche dalla colorazione più luminosa).
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Allo stesso modo, ma all’opposto, nella pagina successiva, l’arrivo del professor McClintock dà respiro e normalizza l’episodio: che qualcosa è cambiato, rispetto a prima, si vede anche dall’inclinazione dell’assonometria, che è “a specchio” rispetto alla pagina precedente; eppure tutto si restringe nella quinta vignetta quando i due ragazzi escono di scena e il professore si concentra su Rusty (che scappa). Anche qui, nelle vignette frontali, Ware manipola le distanze e le prospettive a suo uso: la porta da cui entra McClintock è la stessa da cui esce Rusty, ma la distanza tra la porta e gli studenti, nella prima vignetta, sembra molto minore rispetto a quella che sembra esserci nelle inquadrature dall’alto.
Entrambe le tavole finiscono con il suono di un portellone antipanico (KCHNK), prima che si apre, poi che si chiude.
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Tra le altre cose, ha pubblicato “Un diario pressappoco” (con lo pseudonimo brèkane, RGB, 2007), e, insieme con Alberto Talami, i volumi a fumetti “Quasi quasi mi sbattezzo” (Beccogiallo, 2009), Morte ai cavalli di Bladder Town (Autoproduzione, 2010, premio Nuove Strade al Comicon di Napoli, 2011), “Il futuro è un morbo oscuro, dottor Zurich!” (BeccoGiallo, 2018, premio Miglior Sceneggiatura al Comicon di Napoli, 2019) e Jungle Justice (Coconino Press, 2022).