Avere ottant’anni

Boris e Paolo | QUASI |

«Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944.»

Oltre a essere uno degli incipit più belli della letteratura italiana, è la migliore sintesi possibile della storia della Repubblica partigiana di Alba, che durò, come recita il titolo del racconto di Beppe Fenoglio, 23 giorni. Esattamente tra 23 giorni compie 80 anni. La nostra libertà.
Alle 8 del mattino del 25 aprile 1945, dalla scuola dei Salesiani di via Copernico a Milano, dove si riuniva dal gennaio dello stesso anno, il CLNAI dirama l’ordine di insurrezione per tutte le città del nord: «Aldo dice 26×1».
L’insurrezione avrebbe dovuto cominciare il 26 aprile all’1 di notte. In realtà, a Milano, era già in atto dal giorno prima. Più o meno dal mezzodì del 24 a Niguarda i partigiani della Volante De Rosa combattono contro nazisti e repubblichini. Gli scontri dureranno fino al 30 aprile, quando le ultime SS, comandate dal colonnello Walter Rauff – criminale di guerra, inventore dei gaswagen per la soluzione finale, che finirà paradossalmente a lavorare per il Mossad – e asserragliate nell’Albergo Regina (al civico 6 di via Santa Margherita, praticamente dietro la Scala) si arrenderanno agli uomini della V armata USA, entrati a Milano nella mattina del 29.

L’Albergo Regina non esiste più dalla fine degli anni Sessanta. I fascisti invece ci governano di nuovo, e stanno facendo a pezzi quella libertà di cui tra 23 giorni è la ricorrenza. Per il momento non hanno ancora riaperto l’Albergo Regina in cui torturare e massacrare i propri oppositori, usano altri mezzi; ma c’è un dettaglio che rende tutto molto inquietante: stavolta oltre il Dnepr c’è un degno erede di Ivan IV (quello detto il Terribile) e dall’altra parte dell’Atlantico non c’è Franklin Delano Roosvelt, ma Donald Trump; ed è molto probabile che nel 2027 sul trono dell’Hexagone siederà Marine Le Pen. Sembra quasi che quelli che durante la Seconda guerra mondiale erano gli Alleati, si siano trasformati nelle più attuali forze dell’Asse. Solo l’Italia, stolidamente fedele nel secolo (20 anni di regime fascista+ 80 di libertà vigilata= 100 anni) al proprio vassallaggio, sta allo stesso posto in cui stava allora.

Ecco, ci avviciniamo alla più bella festa che si festeggi nel nostro paese (la ricorrenza della volta che i fascisti sono stati cacciati a fucilate è pura bellezza) con la sensazione di vivere in un romanzo di Philip K. Dick. In un’assurda distopia.
E invece no, per quanto siano passati ottant’anni e non solo 23 giorni, questa è la realtà e somiglia dannatamente proprio al finale di quel racconto di Fenoglio, con i fascisti che entrano in Alba e vanno a suonarsi le campane da soli.
E noi? Noi che questa libertà ottuagenaria, pur vedendone per alcuni versi il peso dell’età, continuiamo ad amarla e a considerarla l’unica dea a cui sacrificare, cosa possiamo fare?

C’è una bellissima canzone di Fabrizio De André dedicata proprio alla libertà.

«Se ti tagliassero a pezzetti / il vento li raccoglierebbe/ il regno dei ragni cucirebbe la pelle / e la luna tesserebbe i capelli e il viso…»

I fascisti e i loro eredi del nuovo millennio possono farla a brandelli, qualcuno quei brandelli li raccoglierà per ricucirli insieme e darle una nuova forma e una nuova vita.

La nostra libertà ha ottant’anni anni. È tempo che rinasca in una nuova primavera. È compito anche nostro fare in modo che questo accada. Come i partigiani, sempre alla fine del racconto di Fenoglio, riprendiamo a salire in montagna, sotto una pioggia battente. A tracolla gli sten (per quelli meno arguti: metafora delle nostre competenze) e nello zaino i pezzetti di libertà che siamo riusciti a raccogliere. Pezzetti che dobbiamo piantare nello sterminato campo dell’immaginario, coltivandoli con tutta la cura di cui siamo capaci.
Questo tutto sommato è il nostro compito. Quello che facciamo con (Quasi).

A riflettere su questo dedichiamo questo mese che è anche il mese in cui la nostra rivista compie 5 anni (una bambina!).

Buona festa d’aprile!

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